• Erica

Formazza daydreaming

Aggiornato il: 20 set 2018

Di passo in passo tra dighe, fiori e storie di uomini.

il lago di Morasco

Alta val Formazza: ultimo lembo di Piemonte strappato alla Svizzera, felice distesa di praterie, dove l’arcobaleno delle fioriture estive si mescola all’azzurro del cielo e dei numerosi specchi d’acqua; uno scrigno di biodiversità garantito da una variegata composizione di suolo e rocce.


Sentieri ampi, spesso vere e proprie strade che stuzzicano anche il più pigro degli escursionisti e lo invitano a continuare il cammino, con la promessa di panoramiche mozzafiato.

Il vento pettina gli eriofori, i buffi fiori pelosi che adornano le torbiere e i laghetti di alta quota. Il sole scalda parecchio malgrado sia mitigato dall’aria frizzante. Ne consegue che addormentarsi in questi luoghi favolosi sia quasi scontato, soprattutto se a pancia piena e con qualche chilometro nelle gambe.

eriofori al Passo San Giacomo

Chiudo gli occhi, solo cinque minuti. Il fischio del vento porta con se schiamazzi e schianti di roccia, che soffiano da Sud, dalla valle dove c’è la diga.

Sono le voci dei protagonisti anonimi della crescita industriale novecentesca, degli uomini che garantirono la costruzione dei grandi impianti idroelettrici. Volti di contadini e boscaioli diventati operai dall’oggi col domani, segnati dalla fatica, ma fiduciosi delle nuove possibilità di benessere publicizzate dall’industria.


Morasco, Kastel, Toggia, Sabbioni, si scava e si costruisce a più non posso negli anni Venti e trenta del Novecento, a costo anche delle stesse vite degli operai. Appesi ai carriponte, in un’immagine dal gusto retrofuturistico che ricorda quasi una gigantesca montagna russa.


Altre immagini si mescolano alle precedenti, invertendo lo scenario: cristalli tintinnano, sguardi oziosi si gettano oltre i finestrini di due vagoni ferroviari calati dal cielo a 2300 metri di altezza. Gongola l’ideatore di questa surreale architettura, non sapendo che la sua opera, il Wag-ristoratore, avrà vita breve. Verrà abbandonato e poi distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, non si sa se per mano dei nazifascisti o dei Partigiani. Oggi rimangono solo i pilastri portanti, monoliti moderni a testimonianza di un tempo che fu.

Sopraggiungono altre voci, di sapore tedesco, carovane di mandriani che corrono sulle brughiere… ma avevo detto 5 minuti, ed è tempo che io venga svegliata.

La montagna vuole tenere in serbo altre storie per la prossima passeggiata.


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